Il senso delle coincidenze nella vita


«Jung riteneva che i fenomeni di sincronicità potessero avvenire unicamente in presenza di uno stato emotivo, il solo in grado di stabilire un contatto con gli archetipi dell’inconscio»

Verso gli anni Cinquanta fu Jung a definire sincronicità la coincidenza temporale tra eventi fisici e stati psichici con analogo contenuto significativo. Il significato che stabilisce il legame di sincronicità non è né causale, cioè spiegato da una causa, né casuale, ossia dovuto al caso, ma unicamente associativo in termini di senso. Eventi fisici sono gli accadimenti quotidiani osservabili all’esterno, mentre vanno considerati come stati psichici interiori i sogni, le visioni, le intuizioni o i presagi. Esempi tipici di sincronicità sono il sogno premonitore che anticipa un evento oppure l’intuizione divinatoria suggerita dalla procedura mantica.

Jung riteneva che i fenomeni di sincronicità potessero avvenire unicamente in presenza di uno stato emotivo, il solo in grado di stabilire un contatto con gli archetipi dell’inconscio. Se si va dal cartomante o dall’astrologo per avere informazioni sul futuro, una prerogativa essenziale è quella di porre una domanda motivata da una forte carica emozionale o affettiva. Anche Alberto Magno, filosofo e alchimista tedesco vissuto attorno al 1200, sosteneva che “l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose…chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso emotivo.”

Corre l’anno 1829 quando il piroscafo City of Leeds raccoglie a bordo un centinaio di passeggeri, rimasti miracolosamente illesi dopo l’esperienza di cinque naufragi consecutivi, che nell’arco ristretto di 13 giorni vedono coinvolti una goletta, un veliero, due navi e un vascello lungo la rotta Inghilterra-Australia. Tra i naufraghi c’è Sarah Richley, donna anziana e malata, che ha deciso di intraprendere un viaggio così lungo per ritrovare il figlio Peter, partito per l’Australia 15 anni prima senza lasciar traccia di sè. Impietosito dalla donna morente, che in uno stato di delirio e con la vista ormai annebbiata, continua ad invocare il nome del figlio, il medico del piroscafo chiede a uno dei marinai, vittima anche lui dei cinque naufragi, di fingersi Peter Richeley per alleviare le sofferenze di una madre morente. Sincronicità vuole che quel marinaio sia proprio Peter Richeley, che può finalmente riabbracciare e salvare la madre, vissuta poi altri vent’anni, felice e in buona salute. Verosimilmente fu l’emotività congiunta, di una madre bramosa di incontrare il figlio e di un medico commosso dalle condizioni di una donna che sta per morire, a diventare il magico filo che tesse un fenomeno di sincronicità così articolato e che permette l’incontro tra una madre in Inghilterra e il figlio in Australia che non comunicano da 15 anni.

Nel Simposio platonico è sempre Eros a connettere gli archetipi divini con le singole esperienze degli uomini, l’unico daimon capace di ristabilire l’unità originaria e di ricucire lo strappo tra lo psichico e il materiale. Secondo Platone era nella sfera dell’Eros daimonico che si svolgeva tutta la pratica divinatoria e l’arte dei sacerdoti in relazione ai sacrifici e alle iniziazioni e agli incantesimi e a ogni genere di profezia e di magia. Con i mandala divinatori gli uomini tentarono di afferrare la sincronicità e comprendere i misteriosi nessi tra microcosmo e macrocosmo. Nel tradizionale oroscopo astrologico è un duplice mandala, costituito dalla sovrapposizione della ruota zodiacale sul cerchio delle dodici case astrologiche, a connettere l’inconscio collettivo, rappresentato dai segni-archetipi zodiacali, con la spazio-temporalità delle esperienze umane, insita nei punti cardinali del tema natale (ascendente, discendente, fondo cielo e medio cielo), nelle Case e nei transiti planetari.


Anche nell’antica Cina gli sciamani leggevano il futuro su un doppio mandala. Il rito divinatorio consisteva nel far ruotare due tavolette, una rotonda e l’altra quadrata, su un asse verticale e in senso inverso. Nella prima c’era il mandala con l’ottagono dei trigrammi Ho-t’u, che rappresentava l’ordine eterno e immutabile dell’universo con tutte le sue possibilità archetipiche, mentre nella seconda, che conteneva il mandala con gli otto trigrammi Lo-shu, era iscritto l’ordine ciclico del tempo che scandisce il ritmo della vita animata.


Non a caso fu proprio l’I-Ching a convincere Jung che la teoria sulla sincronicità, pur trasgredendo le regole della causalità, potesse assumere un senso nella sfera dell’esperibile psicologico. Ancor prima di Jung fu Richard Wilhelm, nella sua opera di traduzione del Libro dei Mutamenti, a chiamare sincronicità un concetto diametralmente opposto alla causalità, secondo cui qualunque cosa avvenga in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quel momento. E così, ogni esagramma dell’I Ching riflette la qualità dell’universo al momento del lancio delle monete. Sempre Wilhelm, ricalcando la filosofia di Eraclito, suggerì di tradurre il Tao dei Cinesi come “senso del mondo”, che ritorna all’Uno indifferenziato dopo aver sperimentato la legge della polarità Yin-Yang intrinseca in ogni fenomeno. E’ il senso dell’Uno, eternamente nascosto in ogni fenomeno biologico, che si auto organizza con leggi preordinate. Non è un senso creato dall’uomo, ma che ha bisogno della coscienza dell’uomo per essere scoperto e decifrato.

I Cinesi credevano che a riecheggiare con il senso del Tao fossero sempre singolarità evocatrici, che poi stimolavano la coscienza degli uomini a creare immagini, simboli o numeri. Per il loro modo di pensare i singoli indizi e le coincidenze accidentali erano più importanti degli eventi ordinari della vita, poiché era così che si rivelala il sapere di un Tutto ordinato, sensato ed efficace. Bastava solo perseguire la filosofia della meditazione, lasciando che le cose accadessero, come hanno sempre insegnato i maestri cinesi. E, come disse anche Jung, “bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere”, che significa aprirsi alla via immaginativa e lasciarsi guidare dal daimon della passione e del sentimento, in modo da far accadere gli eventi sincronistici che danno significato e senso al nostro destino.

In verità c’è sempre un senso nelle coincidenze della vita, il problema è saper cogliere i suggerimenti e trascrivere i messaggi che ci inviano. I Celti lanciavano in cielo le rune per captare i sussurri delle divinità, mentre nelle sedute medianiche i Cinesi si affidavano alla planchette, la “matita volante degli spiriti”. Comunque si tenti di avvicinare, di fatto o con l’immaginazione, il regista divino capace di coordinare le trame delle esistenze umane, possiamo condividere l’opinione di Doris Lessing, che vedeva nelle coincidenze “lo stratagemma che Dio utilizza per restare anonimo”.




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